Se il nostro è patrimonio l’Unesco dobbiamo dire “grazie” alla Pro loco

Da quando l’Unesco ha riconosciuto la Cucina Italiana come patrimonio culturale immateriale globale, in tanti si sono affrettati per prendersi meriti, soprattutto tra i politici nostrani. L’Unesco riconosce che “si tratta di un insieme di saperi non solo culinari, ma anche conviviali e sociali che sono trasmessi di generazione in generazione su tutto il territorio nazionale”, cioè la tradizione culinaria tramandata a voce e con atti concreti. Allora bisogna dare spazio ad una realtà che della cucina del proprio territorio ne ha fatto una lavoro costante di ricerca di ricette e poi le ha portate sul campo: sono le Pro loco.

Una storia lunga che ebbe la propria sublimazione dopo la II guerra mondiale e soprattutto negli anni Sessanta, quando le Pro loco divennero enti autonomi che promuovevano il loro territorio soprattutto con il cibo che era tipico e tramandato a voce da nonne, madri a figlie. Le ricette erano a volte un po’ vaghe e variavano da via a via dello stesso paese. Contenevano però già le caratteristiche che hanno portato l’Unesco a definire la Cucina italiana un bene culturale immateriale: valorizzavano le materie prime disponibili nel luogo, rispettavano la stagionalità perché molto derivava dall’orto di casa, e avevano un ruolo centrale nella convivialità, in parole povere la tavola creava socialità.

Autore dell'articolo: Settimanale Radar